Come stimolare la crescita emotiva dei bambini

Nella crescita dei bambini il ruolo dei genitori è fondamentale, basta vedere la differenza tra un bambino cresciuto in famiglia e uno nell’orfanotrofio. Le differenza comportamentali sono spesso legati all’assenza di una guida emotiva che possa aiutare il bambino a comprendere le sensazioni che vive quotidianamente.

Per comprendere al meglio questi aspetti abbiamo chiesto delucidazioni allo psicologo Claudio Del Muratore specialista nel trattamento infantile. Il primo aspetto su cui il dottore ha focalizzato la sua attenzione è quello della mentalizzazione, un processo psichico che ci consente di poter dedurre quale è il nostro stato mentale a partire dalle nostre percezioni. Se, ad esempio, sentiamo fastidio allo stomaco attribuiamo a noi stessi lo stato mentale “affamato”, se ci sentiamo svuotati e privi di energie forse siamo “tristi” e se siamo irascibili e nervosi probabilmente siamo “arrabbiati”, ecc…

Il processo di mentalizzazione entra in funzione anche quando ci relazioniamo agli altri, lo utilizziamo per dedurre il loro stato mentale a partire dai segnali della comunicazione e dalla nostra osservazione. Per cui, quando la persona che abbiamo davanti si comporta in un certo modo capiamo che è triste, arrabbiato, felice, stressato, soddisfatto … le attribuiamo uno stato mentale.

Alcune persone sono più brave di altre nel fare questa inferenza, sia nel farla sui propri stati mentali, che nel farla sugli stati mentali degli altri.

Nella crescita emotiva la mamma è modello

Una mamma è molto brava a fare inferenze sullo stato mentale del figlio, ad esempio. E’ proprio fin dal primo giorno di vita che il bambino inizia ad imparare a mentalizzare. La madre lo guarda e interpreta i suoi segnali: se capisce che si lamenta perché è “affamato” allora lo allatta, se capisce che è “assonnato” allora lo porta al buio e lo culla, ecc…

Il bambino impara a conoscere sé stesso attraverso le interpretazioni che la madre fa delle sue percezioni, bisogni, comunicazioni. Attraverso questa relazione il bambino impara a dare un senso alla propria esperienza e le sensazioni fisiche assumono un significato. Se non ci fosse la mamma a dare un senso alle sensazioni che il bambino prova, il bambino rimarrebbe in balia del corpo e non capirebbe alcunché.

Quando un bambino cade, egli comincia a piangere perché è rapito da una sensazione che non conosce (il dolore) non sa perché è arrivata, quando andrà via, e se andrà via. La mamma lo raccoglie e lo consola, gli spiega che sente male perché ha battuto le mani in terra (da un senso all’esperienza del figlio) e lo rassicura che presto passerà tutto. Il semplice dolore non provoca il pianto. Il pianto dei bambini arriva perché sono spaventati, perché sono travolti da un emozione senza un nome.

Il bambino manifesta i propri bisogni, i familiari li interpretano, danno un senso alle sue sensazioni e gli restituiscono una soluzione. Così il bambino impara a conoscere le sensazioni, i sentimenti, i bisogni, i desideri, e impara conoscersi, ad attribuire a sé stesso stati mentali. Impara a mentalizzare.

Se una mamma è assente, depressa, o troppo presa dai propri impegni, molto probabilmente sarà carente nell’assolvere questo compito nei confronti di proprio figlio. Una madre depressa (ad esempio) risponderà con volto amimico di fronte ad ogni manifestazione del figlio, che sia di gioia, orgoglio, dolore, fame, soddisfazione, ecc…, sempre la stessa espressione triste, a prescindere dall’esperienza del figlio.

In questo caso, la madre non restituirà al figlio un’immagine congrua con le sue sensazioni, fallirà nell’attribuzione dello stato mentale del figlio. Questi fallimenti non consentiranno al bambino di sviluppare una buona capacità di mentalizzare.

La crescita emotiva dei bambini senza genitori

I bambini cresciuti in orfanotrofio non hanno avuto dei caregivers che insegnassero loro a capire che cosa è una certa sensazione, una certa percezione, un certo sentimento, un certo bisogno o desiderio. Imparano presto che le esigenze devono essere tenute dentro, non devono essere espresse, specialmente le debolezze, perché (in istituto) manifestare di essere vulnerabili significa esporsi agli attacchi degli altri. Imparano che non bisogna mai dare impressione di essere deboli.

Questi bambini comprimono tutto dentro, non hanno imparato a riconoscere i propri stati mentali, e i vari sentimenti che provano si confondono tra loro come in una pentola piena di liquidi bollenti.

Spesso, l’incapacità di riconoscere ed individuare il malessere si esprime attraverso la rabbia. A tutti capita di essere delusi, amareggiati o tristi, ma di sfogarsi arrabbiandosi. In quei momenti la “rabbia” sostituisce la “tristezza”.

Se in quel momento ci prendessimo un po’ di tempo per riflettere su noi stessi (mentalizzare), probabilmente capiremmo che quella rabbia non ci aiuta molto a stare meglio (perché in origine eravamo tristi, non arrabbiati con la vittima del nostro sfogo).